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Indice di Gini

Nel discorso del nuovo premier Mario Draghi al Senato della Repubblica si è parlato di diseguaglianze sociali e si è fatto riferimento al coefficiente Gini.

Secondo la Banca d’Italia il coefficiente (o indice) Gini è «la misura più comune della disuguaglianza» e l’Istat ne ha dato una definizione.

«L’indice di concentrazione di Gini – si legge in un documento dell’Istituto – è una misura sintetica del grado di diseguaglianza della distribuzione. Questo indice è pari a zero nel caso di una perfetta equità della distribuzione, nell’ipotesi cioè che tutte le famiglie dispongano dello stesso reddito o della stessa ricchezza; è invece pari a 100 nel caso di totale diseguaglianza, nell’ipotesi che la totalità del reddito o della ricchezza sia assegnato ad una sola famiglia».

In altre parole, più è basso il valore, più è uguale la distribuzione.

Nel 2016 gli studiosi del Buffet Institute for Global Studies hanno messo a punto una mappa del mondo basata sull’indice di Gini, che evidenzia la diseguaglianza economica paese per paese.

Da questo studio emerge che in Europa, i paesi con minori diseguaglianze sono i paesi scandinavi, la Germania e alcuni paesi dell’Est Europa (Slovenia, Slovacchia, Repubblica Ceca), con un indice di Gini compreso tra il 25 e il 30.

Al contrario, i paesi con il più alto indice di concentrazione della ricchezza sono Bolivia e Colombia in Sud America, e Namibia, Gambia e Sud Africa in Africa, con valori a 66.

 

La situazione in Italia

 

Stando al sito True Numbers, l’Italia è tra i paesi messi peggio a livello europeo se si guarda all’indice Gini.

La Banca Mondiale aveva assegnato al nostro paese un valore di 35,9 nel 2017.
Confrontando il dato dello stesso anno dei paesi del nord Europa, storicamente più inclusivi, si capisce il distacco (in Danimarca è 28,7, in Norvegia 27).

Nel pieno della pandemia, l’Italia ha registrato un crollo del PIL importante con problemi legati al lavoro, alla crisi economica, sociale e culturale della popolazione.

L’obiettivo del governo Draghi sarà quello di invertire questo processo negativo, investendo su educazione, lavoro e sostenibilità.

Appare fondamentale come gli investimenti nell’istruzione e nelle competenze rappresentano uno strumento politico fondamentale per ridurre le disuguaglianze e promuovere le pari opportunità.

In particolare, l’aggiornamento delle competenze dei lavoratori scarsamente qualificati ha il potenziale maggiore per contrastare la dispersione salariale, creando al contempo più posti di lavoro.

Per i bambini e i giovani, l’istruzione rappresenta uno strumento efficace per creare più pari opportunità, purché tutti abbiano accesso a un’istruzione di alta qualità, indipendentemente dal loro contesto di provenienza.

La mia riflessione è dunque: istruzione, formazione e continuo aggiornamento favoriscono la crescita in qualsiasi campo della vita economica e sociale.